L’importanza di avere uno scopo chiaro, per la crescita personale e professionale

Secondo Mark Twain, sono due i giorni più importanti della nostra vita: il giorno della nostra nascita, ovviamente, e il giorno in cui scopriamo il perché nasciamo.

E il perché, il purpose, è fondamentale per gli individui che vogliono crescere.

Scopri come trovare il tuo purpose personale e professionale e come il coaching ti può aiutare, in questo articolo!



Facciamo un’analogia con il mondo delle organizzazioni, perché ogni azienda ha il suo purpose, che lo voglia o no. In molte aziende, se non si è speso del tempo a ragionarci sopra, il purpose emerge strada facendo, e spesso corrisponde a ciò che conviene ai manager più influenti. Si può finire addirittura verso ambienti di lavoro dove tutti pensano che l’azienda è lì per garantire a tutti il raggiungimento dei propri fini personali, qualunque essi siano. È un mezzo, insomma. Per questi lavoratori, la propria azienda esiste per essere usata, per capirci, se non fosse che queste organizzazioni hanno la naturale tendenza, ahimè, di uscire presto dal business ed essere dimenticate.


Ma le organizzazioni con un purpose chiaro e avvincente sono tutta un’altra storia: innanzitutto sono quelle che sopravviveranno al succedersi dei propri leader e dipendenti, come Apple e Disney. E sono anche quelle dal successo più duraturo.

Ad esempio, Harley-Davidson dice di sé: “noi realizziamo sogni di libertà personale: è il nostro scopo e lo prendiamo sul serio. L'obiettivo di Harley-Davidson è trasmettere libertà. A me questa dichiarazione di intenti fa tanto pensare, no, al vento tra i capelli mentre guidi.

Oppure prendiamo Patagonia, azienda specializzata in abbigliamento sportivo. Come purpose ha quello di alzare gli standard di rispetto ambientale nel settore dell’abbigliamento. È così impegnata in questa missione che alcune delle sue pubblicità sono del tipo "Non comprare questa giacca", con l'idea che la maggior parte delle persone, dopotutto, possiede già troppe cose. Patagonia cerca anche di ridurre gli sprechi producendo indumenti altamente durevoli e offrendo ai clienti un servizio di riparazione.

Eppure, secondo una ricerca di Gallup del 2017, solo il 33% dei lavoratori in America si sente davvero impegnato a lavoro, si sente allineata al purpose della propria azienda, percentuale che scende al 13% se consideriamo il dato worldwide.



Ma tutto questo vale anche dal punto di vista personale, come ci ricordava Mark Twain?

Eh sì, diverse ricerche hanno dimostrato che negli individui più realizzati e performanti sono quelli che, più della media, hanno degli obiettivi chiari e una maggiore auto-consapevolezza.

Quali sono gli scopi che voglio dare alla mia vita?

Sul purpose personale si può lavorare anche in un percorso di coaching. Sir John Whitmore, il padre del coaching, suggerisce in proposito alcune domande chiave; ad esempio:

  • Qual’è il sogno per il quale brami?

  • Cosa davvero vuoi dalla tua vita?

  • Come ti piacerebbe impattare questo mondo?

  • Oppure, immagina di avere ottanta anni e ti giri indietro per guardare la vita passata. Cosa ti piacerebbe osservare?

Forse vale la pena chiederselo prima di raggiungere gli ottanta’anni, che ne dite?

E, tra l’altro, queste sono domande che un coach fa spesso ai propri clienti.


Ma se chiederselo può essere facile, ecco, trovare le risposte come sempre è un pò più complicato. Un metodo che un’organizzazione o una persona può seguire per identificare il proprio purpose, il proprio scopo, ce lo descrive Clayton Christensen, un accademico americano, che suggerisce 3 passi da fare.


Il primo ha a che fare con la likeness, con l’aspetto: che tipo di azienda vogliamo diventare? Oppure, che tipo di persona voglio diventare? Nel primo caso posso immaginare che tipo di valore voglio portare ai miei stakeholder, in termini di prodotti, di servizi, di esperienze. Che tipo di cultura organizzativa abbraccerò? Che modelli comportamentali devo adottare? Nel secondo caso, posso per esempio desiderare di diventare un buon padre, un professionista appassionato, un amico altruista, e così via.


Il secondo passo ha a che fare con il grado di coinvolgimento che mi attrae verso ciò che voglio diventare, perché lo scopo non può semplicemente essere messo nero su bianco, e magicamente si avvera. Inoltre, se lo scopo che mi do lo posso scegliere deliberatamente, il come lo realizzo passa per il modo in cui affronto le sfide e le opportunità che mi capitano. Cos’è che premio regolarmente in azienda? Che importanza do, che priorità assegno e quanto budget dedico a favore di decisioni consistenti con il mio scopo. E, se penso alla sfera personale, posso chiedermi in che modo, per esempio, sfrutto le difficoltà che incontro, per diventare il tipo di persona che voglio? Il coinvolgimento ha molto a che fare con le decisioni che prendo a favore di ciò che più mi attrae.


Il terzo e ultimo passo del modello proposto da Christensen ha a che fare con le metriche: su cosa mi misuro? Sul grado di innovazione? Sulla sostenibilità del business? E se sono un individuo, mi misuro sul numero di persone che coordino, sulla RAL o sul conto in banca? O sul numero di persone che quotidianamente aiuto a diventare migliori, o sul numero di amici veri?

Sono queste tre parti, l’aspetto, il coinvolgimento e le metriche, che danno vita al purpose, che sia aziendale o personale, poco cambia, così come non cambia il fatto che questo processo spesso richiede anni, prima di arrivare ad un purpose chiaro, che ci faccia da stella polare nella nostra quotidianità.


Non importa, insomma, più di tanto dove stiamo, ma conta soprattutto in che direzione stiamo andando.